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sabato 15 gennaio 2011

Jovanotti, "Tanto tanto tanto" (2005)




"Tanto tanto tanto" o Tanto al cubo, come viene talvolta trascritta la canzone, è stato premiato nel 2005 come miglior video italiano. In effetti questo video rap minimalistico del Lorenzo nazionale, rispecchia bene nella sua semplice struttura la composizione della canzone, giocata su uno scambio di domande e brevi, fulminee risposte. Un piccolo Jovanotti, simbolo del cantante, si aggira sperduto simbolicamente in un deserto, che può rappresentare la desolazione dell'Italia contemporanea, allora alla fine del secondo mandato berlusconiano, dato che il cantante - icona pop della sinistra - affermerà nel corso della canzone di trovarsi "in Italia" e dichiarandosi "meno sereno di prima".

Ad ogni modo, l'improvvisa apparizione di un ciclopico Jovanotti gigante interamente vestito di bianco, con lunghi capelli e barba biondi e ricci dall'aspetto profetico, interverrà facendo tremare la terra coi suoi passi mettendosi ad interrogare la figura del cantante, che fornisce risposte monosillabiche ma non per questo meno efficaci, nelle ironiche rime baciate. "Che cosa fai? Lavoro. Che cosa cerchi? L'oro".

Il gigante afferra fra le mani il piccolo cantante e continua le sue domande, finché questi, risposto a tutte le sue interrogazioni, rovescia nel finale, in parlato, le domande che gli sono state poste, domandando al gigante: "E tu come stai?". Al che l'altro ammutolisce, con espressione perplessa.

L'interpretazione del video, semplice ma efficace, sono state molteplici. Alcuni hanno richiamato Gulliver, e si potrebbe ancora più coltamente parlare di Micromegas di Voltaire, mentre i più hanno inteso questo dialogo interiore tra Jovanotti e sé stesso come un dialogo con Dio, favorito dall'iconografia del gigante biondo, barbuto e biancovestito, oltre che dalla presenza nel deserto, luogo monoteistico per eccellenza. Inoltre anche il testo supporta tale ipotesi: "Rido di me, di te, e di tutto ciò che di mortale c'è": quindi una divinità distante, indifferente, al limite blandamente incuriosita dall'umano, mortale e distante dalla sua immensità.

I più colti hanno richiamato - correttamente - Leopardi, in particolare un'operetta morale come "Dialogo della Natura e di un Islandese", dove viene però rovesciato il tema centrale: là è l'uomo che interroga la Natura deificata, qui è il Jovanotti titanico (o meglio: un'entità sovrannaturale che assume l'aspetto del cantante) a chiedergli distrattamente ragione di chi è e che cosa fa.

In ogni caso, una distratta riflessione sulla vita, l'universo e tutto quanto come è tipica del nostro cantante toscano, sempre piacevole da vedere e, nel suo stile apparentemente disimpegnato, meno superficiale di quanto si possa credere a una prima visione. C'è un ultimo parallelo che mi sembra interessante individuare, anche se non cambia di molto la prospettiva di tale dialogo: la figura bianca potrebbe anche essere, come lo stesso Jovanotti, appunto un Cherubino: un Angelo, altra possibile manifestazione di quel Divino con cui Lorenzo dialoga e che, in questo caso, avrebbe una coerente ragione di mostrare il suo stesso volto.

Apollo 11

mercoledì 5 gennaio 2011

Jovanotti, "Tutto l'amore che ho" (2010)


Il nuovo video del mio omonimo Lorenzo Cherubini si distingue per essere il suo primo a richiamare visualmente l'immaginario dei film di fantascienza.

Il testo della canzone è basato sul solito tema sentimentale, ovviamente; ma la resa video, viceversa, è basata su un divertente mix di citazioni dai grandi classici dell'ultimo decennio.

Tutto comincia col nostro Lorenzo che guida per una città deserta, che ricorda "Fuga da Los Angeles"; all'improvviso viene inseguito da un autobus che lo aggredisce in una sorta di improvvisato Karmageddon (il tema dell'autobus assassino ricorda di più "Speed"; ma lì la pericolosità era involontaria).

Tre energumeni scendono dal mezzo e aggrediscono il nostro, che li vince a colpi di Kung Fu, in una citazione di Matrix che verrà presto confermata; incontrato un cane rabbioso (potenziale citazione da "Io sono leggenda" di Matheson, di recente trasposto al cinema) fugge sul tetto di un palazzo, dove è costretto a schivare i proiettili di una gang di nemici mascherati, saltando sullo sfondo delle cubitali lettere dell'Olimpia Hotel. Un nome di certo non casuale, dato che il fatto che il cantante sopravviva a una raffica di proiettili fa pensare che egli sia un Immortale, un semidio, ed è quindi logico che sia connesso al luogo stesso di residenza degli Dei.

La citazione di Matrix viene esplicitata dal fatto che il cantante risponde sparando col semplice gesto delle mani, prima di riprendere la fuga inseguito da un motociclista nero. Insomma, un ben pout purri di ipercinetica ultraviolenza da far contento Mad Max o altri apocalittici a piacere.

Del resto, questa vena scientifiction forse era presente in Lorenzo Cherubini fin dalle origini: fin da quando aveva cambiato il suo nome in una citazione giovanilistica che richiamava, inevitabilmente, i Giovanotti Mondani Meccanici nati nel 1984 a creare una sorta di improbabile futurismo cyberpunk italiano.

Apollo 11